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Platone che parla al giovane di oggi



Una piazza rumorosa, schermi luminosi ovunque, persone che scorrono con il dito su piccoli rettangoli di vetro. In mezzo alla folla compare Platone, con il mantello impolverato di viaggio. Guarda il mondo moderno e inizia a parlare:

Uomo moderno, vedo che hai costruito città più grandi di Atene e strumenti che portano la voce da un capo all’altro della terra. Hai macchine che corrono più veloci dei cavalli e archivi di conoscenza più vasti della Biblioteca di Alessandria.

Eppure devo chiederti: sei davvero più vicino alla verità?

Vedo uomini che tengono in mano piccole luci e fissano le ombre che vi scorrono dentro. Mi ricordano i prigionieri della caverna di cui parlavo tanto tempo fa. Anche loro guardavano immagini proiettate su una parete, credendo che quelle fossero la realtà.

Dimmi, uomo moderno:
quando scorri infinite immagini, stai vedendo il mondo o solo le sue ombre?

Hai moltiplicato le opinioni più di quanto noi potessimo immaginare nei mercati di Atene. Ma la verità non cresce con il numero delle voci. Una folla che grida non rende una cosa più giusta.

Noi chiamavamo filosofia l’amore per la sapienza. Non l’accumulo di informazioni, ma la fatica di interrogarsi:
Che cos’è il bene?
Che cos’è la giustizia?
Che tipo di anima sto diventando?

Tu sai quasi tutto del mondo esterno: le stelle, gli atomi, il codice delle macchine. Ma ti chiedo: quanto conosci te stesso?

Ricorda: la parte più importante dell’uomo non è quella che possiede, né quella che appare, ma quella che sceglie.

Se costruisci una città piena di ricchezze ma con anime confuse, quella città sarà instabile. Se invece formi anime giuste, anche una città povera potrà vivere bene.

Perciò, uomo moderno, non ti chiedo di distruggere le tue invenzioni. Le ammiro.
Ti chiedo solo questo:

Non lasciare che le tue macchine pensino al posto tuo.

Esci ogni tanto dalla caverna luminosa degli schermi.
Abitua gli occhi alla luce più difficile: quella della verità.

E quando la vedrai, non tenerla per te.
Torna dagli altri e aiutali a voltarsi.

Anche se rideranno. Anche se non vorranno.

Perché il compito del filosofo, ieri come oggi, è lo stesso:
ricordare agli uomini che possono essere migliori di ciò che sembrano.

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